In occasione di Malazè 2013, parte MADI – Malazè Discovering Ideas, un concorso di idee creative per la promozione dello sviluppo economico e culturale dei Campi Flegrei; un progetto di Malazè e Creactivitas in collaborazione con DeRev.

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Hai un’idea? Mettiti in gioco! Tutti sono chiamati a formulare idee per la costruzione del Distretto Culturale dei Campi Flegrei per favorire la messa a sistema e a valore delle straordinarie risorse, materiali e immateriali, del territorio flegreo. Un laboratorio “in progress” dedicato alla emersione concerta del “genius loci”! Gli ambiti tematici in cui formulare i progetti sono eterogenei! Abbiamo la categoria Ambiente, quella Food, una dedicata alla Cultura, Social business, quella per Artigianato e Mestieri e in ultimo Educational!

Il progetto abbraccia qualsiasi ambito; offre quindi la possibilità di proporsi con tante, tantissime idee innovative! A sostegno di questa iniziativa, e per consentire una migliore realizzazione, verrà aperta sulla piattaforma DeRev una campagna di crowdfunding attraverso la quale chiunque potrà dare il suo contributo e ricevere una ricompensa, messa a disposizione da Malazè e dai suoi operatori, proporzionale alla cifra donata!

Per qualsiasi informazione, in merito alla partecipazione, alla valutazione dei progetti e alla struttura complessiva del format del concorso, basta andare sulla pagina ufficiale di MADI – Malazè Discovering Ideas.

Che aspettate? Date vita alle vostre idee!

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Lunedì 27 Maggio si è svolto Remake, anticipazione della Maker Fair Rome che si terrà dal 3 al 6 Ottobre 2013, tutta dedicata alle start-up emergenti e all’importanza di queste nello sviluppo culturale e territoriale.

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L’incontro faceva parte del BarCamper Tour e ha fatto tappa nel Polo Teconologico di Campania Innovazione a Napoli, a via Coroglio. Creactivitas era presente sia con un piccolo banco informazioni sul nostro Laboratorio, sia per documentare l’evento che ha rappresentato, sicuramente, un momento fondamentale e molto interessante per tutto ciò che riguarda le nuove tecnologie.
Dalla mattina tutti gli interessati hanno avuto la possibilità di visitare gli stand delle diverse realtà invitate all’evento, un vero e proprio momento di scouting da parte del team DPixel, organizzatore del progetto BarCamper. Protagonisti della giornata i FabLab, laboratori che si occupano delle principali nuove tecnologie: stampanti 3D, laser cutter e altri sistemi simili. Punto focale per noi di Creactivitas, sicuramente l’incontro del pomeriggio con un contatto diretto con gli start-upper che hanno raccontato le proprie esperienze, il tutto moderato da Riccardo Luna – editorialista di La Repubblica e Wired e Direttore di Che Futuro! e StartupItalia!

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Critico teatrale, docente universitario, giornalista ed esperto di Performing Media, che viene da un termine da lui stesso inventato. Infante ci parla di Cultura e Performing media in rapporto al contemporaneo e con un discorso sulle nuove tecnologie.

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Sei sempre stato interessato agli scenari culturali scanditi dall’evoluzione tecnologica. A proposito di ciò ti chiedo, come immagini sarà la cultura del futuro?

Credo che il futuro sia direttamente proporzionale a ciò che vogliamo che sia. Anche se è evidente come possa esserci una forte componente di casualità. Il futuro è comunque qualcosa che dobbiamo creare noi, è una condizione abilitante. Mi viene in mente a proposito una citazione dello scrittore canadese William Gibson: “il futuro è già qui. E’ solo mal distribuito”. Rende l’idea dell’evoluzione umana associata alle diverse opportunità, come quelle offerte dalle tecnologie digitali e del web in particolare, che troppo spesso vengono inibite da chi ha interesse a frenare l’innovazione. Per quanto riguarda questo ragionamento sulla cultura dell’innovazione, partirei dall’esempio di Prometeo (che significa “colui che pensa prima”). Prometeo è non solo il dio-archetipo delle tecnologie ma anche della cultura perché incarna la tensione verso il futuro, guarda avanti, proietta una visione.  Per me la cultura è di per sé sinonimo di futuro perché genera visioni del mondo: qui risiede la chiave per la nostra emancipazione, la capacità di stare al mondo, interpretandone gli sviluppi ed è grazie a questo che possiamo considerarci uomini liberi. Allo stesso tempo nel concetto di cultura è insito il concetto di cambiamento che ha senso compiuto quando ci si misura con un valore tradizionale da cui partire e, possibilmente, emanciparsi. Per quanto riguarda il rapporto della cultura con la tecnologia, si tratta di qualcosa che c’è sempre stato e che risiede nel fatto che la tecnologia è qualcosa che nasce prima di ciò che è stato poi definito cultura e arte. Quest’ultima è una parola latina, ars ,che arriva secoli dopo quella greca di techne. Il mio impegno culturale da sempre è focalizzato sulle dinamiche del cambiamento, ed è dagli anni Ottanta che mi occupo di tecnologie digitali (nel 1984 trasmisi con l’M10 dell’Olivetti che il quotidiano Reporter mi aveva affidato un mio testo per via telematica). Questo mio percorso di ricerca è strettamente connesse al concetto progressivo di cultura che si compie nel trasformare le tecnologie in linguaggio.

Secondo te, la tecnologia digitale come oggetto performativo e quindi parte integrante dello spettacolo, farà definitivamente parte del mondo delle arti performative?

 Questa cosa di unire la tecnologia alla performance è inscritto nel ragionamento che abbiamo appena fatto. La tecnologia è di fatto un’estensione, una protesi delle facoltà umane. Sia dal punto di vista fisico che cognitivo. Penso a come la tecnologia teatro sia stata fondamentale per sdoganare la nuova tecnologia alfabetica. La civiltà occidentale è nata proprio grazie al teatro che nel decodificare il codice alfabetico attraverso la mimesi del corpo ha permesso di arrivare alla polis.

La performance di un corpo in movimento davanti ad altri che guardano, attiva i neuroni specchio del nostro cervello (definiti tali da poco più di un decennio, proprio in Italia)  grazie ai quali s’innesca un processo di apprendimento innervato all’empatia. Se vediamo un corpo in movimento, riusciamo a capire quello che sta facendo, colmando con la nostra immedesimazione, per   poi trarne un significato, imparando (come allora, alle origini del teatro e del conseguente sviluppo alfabetico) così ad associarlo a delle parole combinate all’azione. Un insegnamento emblematico per formare la società: si parte dal corpo e si utilizzano tecnologie cognitive, quale sono sia l’alfabeto sia il teatro, per espandere le potenzialità interumane.  Questo ha molto a che fare con la mia esperienza di critico militante che già negli anni Settanta con le Avanguardie teatrali cercava di stringere il rapporto tra linguaggi scenici e contemporaneità. L’avanguardia ha incarnato per decenni il valore dell’ innovazione anche se oggi parlare di avanguardia è ormai residuale, se non in termini di storicizzazione dei percorsi di ricerca. Un bel paradosso storico ma emblematico e utile per cogliere i principi della mutazione culturale in corso.

In quell’innovazione creata dalle avanguardie nel secolo scorso è possibile rilevare le costanti originarie per comprendere le dinamiche della mutazione culturale e del valore d’uso della tecnologia, a partire dal pensiero non-lineare e la propensione al rischio e al gioco.

In quegli anni, tra i primi nel mondo, in Italia abbiamo sperimentato i nuovi linguaggi elettronici del  video associandoli ad un contesto performativo. In quel contesto coniai la parola “videoteatro”, dopo aver visto Tango Glaciale del gruppo Falso Movimento di Mario Martone.  E’ da quello stesso percorso che deriva il fenomeno del Performing Media, altro neologismo che da qualche mese campeggia nella Treccani.

Con questo concetto però si inizia a parlare dei media come qualcosa che esprime una valenza performativa autonoma.  I sistemi digitali raddoppiano le loro potenzialità ogni 18 mesi, dice Moore, quello dei microprocessori Intel. E noi? La grande scommessa antropologica dell’innovazione si gioca qui. Nel raddoppiare anche noi le nostre potenzialità. Ed è qui che serve la capacità creativa trasmessa come valore generativo dal mondo delle avanguardie. La soluzione non è certo nell’uso standard o ingegneristico delle tecnologie, dobbiamo inventare pratiche e contesti anche semplicemente con il mash up: mischiando tra loro plug in e applicazioni diverse. Riequilibrando l’offerta montante di tecnologia con la nostra domanda culturale: quella che genera visioni del mondo, per interrogarlo.

Qual è lo stato dell’arte circa l’interazione sociale e culturale con i nuovi media?

Prima, alla fine degli anni Novanta, erano soprattutto delle intuizioni connesse alle sperimentazioni sulla “scrittura mutante” (un progetto sviluppato nell’ambito del Salone del Libro di Torino) ma oggi le dinamiche dei social network stanno cambiando tutto, impattando con la società tutta.

Il guaio è che ci sia una nuova generazione di utenti che si stia sorbendo tutto, in una sorta di acquiescenza verso i social network, come se fosse scontato tutto questo sharing. Il rischio è nell’indebolimento della coscienza civica, perché si va a  delegare troppo ai social media e il mondo in questo modo può diventare eterodiretto. Allo stesso tempo penso che l’intelligenza connettiva,  ovvero quel principio per cui le relazioni scaturite dalla connessione tra persone, idee e molteplicità dei punti di vista, possa sviluppare un vero anticorpo sociale agli automatismi opachi delle reti.

Questa dinamica orizzontale dello scambio culturale nel web, inteso come nuovo spazio pubblico,  può modellare l’uso dei social media e tradurlo a tutti gli effetti in opportunità.

Credi che sia possibile oggi parlare di cultura come di qualcosa che produce valore e posti di lavoro, oltre che conoscenza?

Certo che è possibile, ma purtroppo c’è ancora qualche ignorante che non ha ancora capito (o non vuole o non gli conviene) cosa sia sostanzialmente la cultura. Molti di questi ignoranti sono proprio tra coloro che si definiscono intellettuali.

Per esempio c’è chi definisce opera d’arte qualsiasi decoro barocco in una chiesa senza pensare che quella forma era a suo tempo design e comunicazione.

In questi anni in Italia più che altrove i decisori delle politiche culturali non hanno capito quanto sia importante l’innovazione culturale come chiave per interpretare il tempo per tradurlo in opportunità produttiva. E qui ritorniamo alla figura di Prometeo, colui che riflette prima, un emblema perché rompe gli schemi gerarchici e rischia sperimentando con la nuova tecnologia del fuoco. Scombina per poi ricombinare opportunità, politiche e poetiche dell’innovazione. A partire da questo riferimento prometeico penso che si debba sempre partire da una tradizione per superarla, questa è l’evoluzione culturale. Non nego certo la memoria e la tradizione in quanto Heritage. Questa parola va però interpretata nel suo significato di innovazione di processo, heritage significa “eredità”. Va quindi intesa come qualcosa da trasmettere, indicando anche una nuova consapevolezza d’uso e non solo di rendita. Il  patrimonio inteso come eredità da trasmettere non può più essere concepito solo come un valore sedimentato e statico. La tutela del patrimonio va intesa in termini dinamici, rivolti alla valorizzazione.

Oggi purtroppo non si ascolta il proprio tempo e l’offerta culturale risulta in buona parte autoreferenziale,  obsoleta e di conseguenza annoia, soprattutto i giovani. In questo modo non si può produrre valore, non s’innesca nessun processo virtuoso. La cultura deve servire per inventare il lavoro. Il lavoro più che cercato va creato partendo dalla peculiarità maggiore del nostro Paese, la biodiversità. La soluzione-chiave è nel valorizzare i territori.

Qui rientra anche il concetto di memoria . La memoria è il mantenimento del fuoco e non la conservazione delle ceneri.

Questo è un concetto che andrebbe preso a modello sia per chiarire il concetto originario di cultura sia per guardare al futuro e inventare nuovi posti di lavoro. Un’indicazione per sapere reinventare il nostro sguardo sul patrimonio culturale e ambientale e così rigenerarne il valore perché sia trasmissibile come un’eredità vera.

 Sara Formisano

Sono le 18:30 del 14 maggio 2012. Mi trovo a Barcellona al tavolino di un bar con Sebastián García Ferro, direttore artistico, ideatore e curatore del BIDE, nonché coreografo, compositore, danzatore e performer di contact improvisation. Sebastian ha studiato Contact Improisation con Andrew Harwood, Nancy Stark Smith e Chris Aiken e molti altri. Ha approfondito lo studio di danza contemporanea con Ted Stoffer, Peter Mika e Martin Kilvady. Insegna CI e training fisico in molte scuole e festival in Argentina, Spagna, Germania, Portogallo e Belgio. 

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ADD: Hola Sebastian, puoi dirmi, in poche parole, quali sono gli aspetti salienti del BIDE?

SGF: Hola Annachiara, direi che gli aspetti piu’ importanti del BIDE sono dispiegati in due linee: una ha a che fare col lavoro creativo in  formato laboratorio, che è un formato di creazione orizzontale, dove non c’è una persona che dirige, bensì un ‘facilitatore/facilitatrice’ di un tema che genera un’investigazione. E’ un laboratorio che generalmente dura sei ore e ha poi un risultato scenico finale. La seconda linea  è quella dell’agevolazione del networking tra ballerini, coreografi e performer di diversi stili, diverse età e diverse provenienze e formazioni. A noi interessa molto far incontrare le vecchie generazioni con quelle nuove che sperimentano nuovi stili. Queste due linee, poi, aprono spazi di riflessione poiché, a partire da un risultato di un lavoro fatto in così poco tempo, si aprono domande, questioni… e soprattutto, molti dei facilitatori vengono qui con un tema che già stanno investigando e trovano nuovi stimoli, sebbene si offra spazio anche alle tematiche che sorgono al momento. Inoltre il BIDE, e tu che l’hai vissuto lo sai, è un incontro intensivo di cinque giorni ma cerchiamo di farlo proseguire nel tempo e nello spazio con eventi ‘postBIDE’. Offriamo, per esempio, residenze ad artisti (generalmente in trio) ed eventi satellite  in altre città, dove investighiamo più profondamente alcune delle tematiche che sorgono. In questo modo si apre la linea temporale e il Bide diventa una ‘PIATTAFORMA’ che funziona tutto l’anno.

 ADD: Piattaforma dunque, ma chi ha ideato il Bide e quale è stato il primo anno della sua realizzazione?

SGF: L’idea mi venne quando arrivai a Barcellona nel 2005, dopo che avevo lavorato diversi anni a Bruxelles, Berlino e in altri posti. Mi resi conto che a Barcellona non c’era scambio tra i ballerini ed inoltre  soffriva di provincialismo; non veniva gente da fuori qui, cosa che ora sta cambiando (di fatto tu sei qui in questo momento), e quindi pensai: ‘cosa potrebbe succedere se generassimo uno spazio di interscambio?’  Dall’altro lato, essendo io ballerino e coreografo freelance, mi interessava creare qualcosa che ‘trascendesse la mia persona’ creare qualcosa e starci dietro, invisibilmente. Dunque, essendo anche parte della comunità della contact improvisation e prendendo parte all’incontro annuale dell’European Contact Improvisation Teachers Exchange, dopo aver fatto anche una residenza e un lavoro multidiciplinare, presi queste idee e ne parlai con Daniel Werner al principio del 2007. All’ECITE(European Contact Improvvisation Teachers Exchange)  mancava l’approccio del ‘verso fuori’…dunque iniziammo a riflettere su questo progetto e contattammo anche Ulla Makinen, che allora studiava a Francoforte coreografia e danza, con una tesi sul ‘lavoro in laboratorio’. Così  nel marzo 2008 ci incontrammo per una tre giorni di scambi e contattammo le varie piattaforme già esistenti a Barcellona, come il Mercat de las flors , la Caldera, l’APDC (sindacato dei ballerini della Catalunya), gettando le basi per questo evento che ebbe inizio nel marzo 2009.

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Il nuovo ospite, all’interno dell’evento Pulse On Campus #Urban Mood, è stato Carlo Infante, founder di Performing Media, che ha presentato il suo Urban Experience, un ambito di progettazione culturale per giocare le città attraverso la creatività sociale delle reti: per reinventare spazio pubblico tra web e territorio.

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L’incontro, tenutosi lo scorso mercoledì 8 maggio nella facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Salerno, è stato presentato dai ragazzi di Creactivitas, il Laboratorio di Economia Creativa dell’Università degli Studi di Salerno, e moderato dal prof. Fabio Borghese.

In un’epoca moderna così devotamente volta al cambiamento e all’abbandono delle desuete tradizioni a favore di una tecnologia immediata, Carlo Infante è riuscito a conciliare presente e passato, traghettando così l’eredità culturale del nostro paese verso il futuro.

Prima di parlarci di una lunga serie di incontri itineranti in giro per l’Italia, Infante ha presentato Urban Experience, un’associazione nata a Roma nel 2009, ma già attiva dalle Olimpiadi invernali di Torino 2006, che mira a promuovere il recupero degli spazi urbani attraverso il veicolo dei media, creando “un’esperienza reale in una dimensione virtuale”. Alla base quindi del lavoro di Infante c’è la cosiddetta ‘filosofia del “placemaking” che ha a cuore il recupero di luoghi dimenticati e la creazione di nuove opportunità di crescita urbana.
Uno degli esempi più lampanti e diretti, fornitici dal nostro ospite, di questa visione urbana innovativa, è quello di Geoblog, una sorta di mappa interattiva che mantiene la memoria geografica, storica ed esperienziale di una città. Combinando il concetto di mappatura dei luoghi di Google Maps e la funzionalità ‘tagging’ delle foto di Instagram, Geoblog crea itinerari dell’attività urbana, permettendo agli utenti registrati di accedere alla mappa e di inserire foto, video, audio, report e molto altro ancora. Si viene a formare così un vero e proprio ‘diario urbano’ all’interno del quale si possono ritrovare frammenti e ricordi di un passato che altrimenti andrebbe perduto: “Geoblog è una piattaforma che permette di scrivere  storie nella geografie”.

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La particolarità di questo incontro è stata caratterizzata dalla modalità di approccio “laboratoriale” proposta che ha generato una  intensa  interazione  tra studenti e relatore: Carlo Infante ci ha guidato in un percorso di esplorazione nelle nuove frontiere della rete, in particolare quelle che consentono agli utenti, e non solo, di raccontare le loro storie a mezzo del web. Ed è stato esattamente quello che abbiamo fatto nella giornata dell’8 maggio! Il nostro incontro con Carlo Infante è stato raccontato,in real time, attraverso il social media Storify, un’ interessantissima piattaforma, di editing  e di aggregazione di contenuti, che il nostro team ha già deciso di utilizzare per creare dei veri e propri storytelling per i prossimi incontri targati Creactivitas L’accesso a questa piattaforma può essere fatto attraverso il proprio account facebook, o twitter. Collegando ad esempio l’account twitter, e utilizzando i relativi hashtags, si possono caricare contenuti audio, video, foto, testi, e creare,come dice Infante, un vero e proprio “diario connettivo”.

L’utilizzo intelligente e soprattutto creativo della tecnologia è alla base del rivoluzionario concetto di Urban Experience. L’incontro con Carlo Infante ha generato suggestioni e stimoli molto importanti per la crescita del nostro percorso.

Ringraziando calorosamente il nostro ospite, stay tuned per i prossimi appuntamenti!

 Urban Experience on Twitter

Carolina Bonito

Foto: Maria Rossella Scarpa

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