IL BARDO COLPISCE ANCORA

17 marzo 2012 Commenti disabilitati su IL BARDO COLPISCE ANCORA

 SHAKESPEARE, IL NOSTRO CONTEMPORANEO, RIVIVE NELLE CELLE DI REBIBBIA.

Un progetto che incuriosisce, che spinge alla riflessione, di cui si aveva bisogno senza magari neanche esserne consapevoli. Così si presenta Cesare deve morire, l’ultimo film dei fratelli Taviani, vincitore dell’Orso d’oro alla Berlinale 2012.
Merito dei due cineasti è stato quello di mostrare ad un pubblico cinematografico un’esperienza teatrale, tenutasi all’interno del carcere romano di Rebibbia. Già da tempo qui il regista teatrale Fabio Cavalli dirige un laboratorio teatrale frequentato dai detenuti della sezione di massima sicurezza. Si tratta di persone le cui pene vanno dai 15 anni all’ergastolo.

La scelta del testo per la rappresentazione è ricaduta sul Giulio Cesare di Shakespeare, perché le tematiche affrontate all’interno di quest’opera, come la tirannia, l’odio, la vendetta, il potere sono tra le più assimilabili e condivisibili dai detenuti-attori.

Il film non ci mostra la rappresentazione completa del testo del Bardo; noi spettatori assistiamo piuttosto alla lavorazione sul testo, al casting, alla scelta del linguaggio da adoperare, alle difficoltà interpretative incontrate dagli attori durante le prove.

Il fattore linguistico gioca un ruolo molto importante all’interno dell’opera. Gli attori infatti non recitano in italiano, bensì in dialetto. Si passa dal napoletano, al siciliano, al pugliese, al romano a seconda dell’attore che interpreta il personaggio. Una puntualizzazione interessante, che fa Fabio Cavalli ai detenuti all’inizio del film è quella sulla “nobiltà” del dialetto. Essi devono appunto ricordare che queste parole sono proferite da persone nobili, pertanto non possono limitarsi a parlare un dialetto “volgare”. Da qui parte la lavorazione sul testo.

Dal punto di vista tecnico-visivo, Paolo e Vittorio Taviani hanno deciso di utilizzare il bianco e nero per le riprese all’interno del carcere e il colore per la rappresentazione in teatro. Questa scelta differenzia ancora meglio la fase di lavorazione da quella effettiva della recita.

Dall’inizio alla conclusione del film si può assistere all’evoluzione e ad una possibile maturazione del detenuto. Le parole del Bardo non lasciano indifferenti neanche loro ed è per questo che man mano che gli attori leggono il testo, si sforzano per interpretarlo, non possono fare a meno di notare la contemporaneità di quelle parole, la forte relazione con le esperienze che hanno vissuto in prima persona. A questo punto ecco che la narrazione si articola su più livelli: quello del detenuto (la persona in sé), quella del detenuto-attore (riscontrabile nella fase lavorativa sul testo), quello del detenuto-personaggio (la messinscena finale). Forse una nota negativa per questo film è che molto spesso il confine tra i vari livelli non è facilmente percepibile e lascia lo spettatore un po’ confuso, destabilizzato.

In conclusione la sfida accolta dai due registi toscani merita un plauso, non solo per la vittoria in Germania, ma soprattutto per il valore etico che l’opera contiene; riuscire a dare voce all’aspetto educativo che l’arte detiene anche in un contesto come quello infernale delle carceri. La funzione laboratoriale del teatro è proprio quella di dare una speranza, uno scopo a delle persone che aspettano la morte all’interno delle loro celle, che hanno come unico interlocutore un soffitto: il più fedele interlocutore durante l’intera giornata. Ed ecco che quei sei mesi (questo è l’arco di tempo trascorso dall’inizio delle prove alla rappresentazione in teatro) diventano un momento di confronto, di apprendimento, di alfabetizzazione. Le prove terminano, la rappresentazione riscuote anche un discreto successo di pubblico, le porte delle celle si richiudono, le luci della macchina da presa si spengono, ma lo spirito del detenuto non è più lo stesso. L’incontro con l’arte ha risvegliato qualcosa nel suo animo, tanto che nella battuta finale colui che ha interpretato Cassio sulla scena non può far a meno di riconoscerlo: “Da quando ho conosciuto l’arte, ‘sta cella è diventata ‘na prigione”.

                          Giovanna Ziello

Annunci

Tag:, , ,

I commenti sono chiusi.

Che cos'è?

Stai leggendo IL BARDO COLPISCE ANCORA su .

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: